Tutti conoscono questa famosissima locuzione latina tratta dalle Odi di Orazio.
Quello che pochi sanno è che viene resa con questa abbreviazione, ma sarebbe opportuno citarla per intero:
«Dum loquimur fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.»
«Mentre parliamo il tempo è già in fuga, come se provasse invidia di noi: cogli l’attimo, sperando il meno possibile nel domani.»
Quello che Orazio voleva fare, probabilmente, era invitare ognuno a godere ogni giorno della vita, dato che il futuro non è prevedibile; non invitarci alla ricerca del piacere fine a se stesso, ma ad apprezzare ciò che abbiamo oggi perché il domani potrebbe non arrivare.
Quando sento citare il “carpe diem”, subito dopo sento “cogli l’attimo”, quasi come a stabilire un tempo immediato e definito e per questo, già finito.
“Ma si, fallo!”, poi ci penserai.
Che poi è come dire: “al dopo (il futuro), ci penserai”.
Non è un po’ triste fare qualcosa giá con dei limiti?
Non ci ho ragionato sopra molto, anche perché sono sempre stata una abbastanza razionale.
Impulsiva nelle reazioni, ma mai nelle scelte.
Lavoro con i numeri, faccio liste, valuto. Sono lenta a scegliere perché quando poi lo faccio, non torno indietro.
Oggi mi voglio concentrare sul “carpe diem” come lo intendeva Orazio.
Il cogli l’attimo in contrapposizione alla morte, il vivere la vita nel presente ma con gli occhi rivolti al futuro, proprio perché potrei non averlo.
Se ci pensate, “oggi” avrebbe un valore diverso se non ci fosse domani.
Recentemente mi sono accorta che avevo un’asticella molto alta, più per non deludere gli altri che non per me stessa: voler essere una brava figlia, una buona amica, un esempio come leader, una sorella saggia. Tutte cose che alla fine riguardano altri, e io?
Sì, io mi sento meglio se sono un po’ di tutte quelle cose, ma sentirsi meglio non vuol dire stare bene.
Faccio fatica, negli ultimi anni poi, più di prima. Faccio fatica ad immaginare una vita dentro gli schemi, le convenzioni e le apparenze. Mi chiedo spesso: ma siamo sicuri che questo sia il mio posto? Cosa dovrei fare qui?
Quando vedi andarsene tante persone, puoi reagire in diversi modi ma di fatto, tanti pezzi di te se ne vanno con loro. A tratti il vuoto è come la sensazione di un peso addosso, uno che non ti fa respirare mai.
Probabilmente io mi sono chiusa di più, sono diventata ancora più selettiva; e se da una parte ho schiacciato il piede sull’acceleratore e ho viaggiato, provato cose, imparato e mi sono anche buttata in alcuni casi; dall’altra ho iniziato ad avere paura. Paura di far entrare qualcuno nel vuoto e paura di quel domani.
E dopo l’accelerata, il freno si fa sentire.
Mi sono resa conto che per me “carpe diem” ha il significato che gli dava lui, questo signore nel 40 ac.
Io lo voglio cogliere l’attimo, probabilmente ne voglio cogliere tanti, ma non voglio più aver paura del futuro.
Voglio concedermi di costruire qualcosa per essere felice. Per me, non per altri.
Le persone che mi vogliono bene davvero, e quindi vogliono la mia felicità, rimarranno. Gli altri, beh, avremo fatto un pezzo di strada insieme e non per questo sarà stato meno bello (poi dipende).
Alla fine si tratta sempre di modi diversi di approcciare alle cose.
Pensateci quando date per scontato che gli altri abbiano la stessa vostra modalità.