Qualche giorno fa, per una conversazione con una persona, mi sono ritrovata a canticchiare:
“Lui era un business man con un’idea in testa, lei ballerina di jazz..” e lo sapete tutti come continua no?
“New York, New York
È una scommessa d’amore..”
Aprile 23 mi ha portato per la prima volta negli Stati Uniti, a New York, per un viaggio di lavoro.
Ricordo ancora che, quando me lo hanno comunicato, ho subito ripensato alla scena di uno dei miei film preferiti dove lei scende le scale e chiude la porta dietro di sè, chiedendosi “che cosa dirá oggi NY152? – mi domando..”; camminando tra viali alberati con i Cranberries a farle da colonna sonora.
Gran canzone quella.
E così, consolato per i documenti, passaporto pronto, qualche parolaccia per la valigia ed ero già sul volo Delta che mi ha portato a JFK. Chiaramente senza mai dormire.
Chi mi conosce o mi legge da un po’, avrá sicuramente capito che preferisco la natura alle grandi città, il silenzio al rumore e sono indiscutibilmente selvatica, quindi sapevo che questa città sarebbe stata “amore” o “odio”; grazie sempre alle mezze misure che non mi appartengono.
La prima cosa che ho pensato mentre l’uber mi portava in hotel è stata a me piccolina, come Alice nel Paese delle Meraviglie quando mangia il fungo che la riduce. Mi sentivo minuscola e guardavo in alto per scorgere la fine di quelli grattacieli imponenti.
La seconda è stata “voglio andare subito a Central Park e a Riverside 152, ma come faccio che non ho spazio per camminare e vanno tutti a 3000 all’ora”; e la terza “cazzo, non dormiró mai con tutto questo rumore”.
Un rumore pazzesco: parole, clacson, mezzi, auto, musica, i furgoncini dei tipici hot dog; un vero delirio.
La settimana è passata velocemente per via di un’agenda molto fitta e del fatto che appena avevamo del tempo libero, mi inventavo qualsiasi cosa per esplorare la città, coinvolgendo una collega italiana e una spagnola; compagne di merende e grandissime risate oltre che di caffè nero americano.
Tralascio la parte lavorativa che è stata super.
Di NY mi è piaciuto il fatto di vedere tantissime culture diverse in un minuscolo spazio, molto più che in ogni altra grande metropoli dove sono stata. E questo è davvero molto figo.
Central Park è davvero stupenda, e sembra una città verde dentro una città grigia, dove tutti si incontrano per fare sport con delle magliette di un colore diverso per ogni disciplina, chiacchierare, suonare, leggere; addirittura per fare gli addii al nubilato vestite da gran soirée (discutibile o meno, è successo!)
Greenwich, con i suoi portoncini colorati e le piante che gli fanno ombra, i localini carini dove fare il brunch e i negozietti vintage o con quegli oggetti che non trovi più da nessuna parte.
Ah, mi è piaciuto anche salire sul Rockefeller e guardare giù, su Gotham City.
Se siete stati a New York però, leggendomi, sapete che questo non è quello che la gente cerca a NY o che ricorda di questa città, ma non importa.
Si dice che a New York si cerchino sogni o più definitamente l’amore, un po’ come era per Carrie quando decise di trasferirsi.
Se oggi mi chiedessero: “vuoi tornare a NY o torneresti in un’altra città che hai già visto?”, io non sceglierei NY.
Ma è da vedere una volta nella vita, non fosse altro che per le “palline” di burro sopra i pancakes più grossi che abbiate mai visto, e si, ho scritto bene “palline” come quelle del nostro gelato.
Nonostante ciò però, sono grata a NY perché mi ha permesso di liberarmi di un peso che avevo conficcato nelle costole; uno di quelli tipo “se una persona è tossica per me, devo allontanarmi; anche se l’unica cosa che vorrei è aiutarla a stare meglio.”
A volte non possiamo aiutare, e tendando, le sabbie mobili ci risucchiano e annaspiamo per poi scomparire in una nuvola di negatività.
Non si possono salvare le persone che non vogliono essere salvate. Ci si salva da soli, e se si ha il coraggio di farlo, poi arrivano le mani degli altri a tirarci fuori un pezzettino alla volta fino a farci tornare con i piedi sulla terra ferma.
Quindi grazie, la tua velocitá mi ha imposto di osservare attentamente per cogliere alcuni dettagli e quindi ho capito.
4 mesi per decidermi a finire questo post perché non riuscivo a scegliere il finale.
E alla fine, anche oggi non ce l’ho, quindi; chiudo gli occhi..
Ripenso alla me in Uber che ricorda la scena e continuo:
“Accendo il mio computer, aspetto con impazienza che si colleghi, vado online e..trattengo il respiro finché non sento quelle paroline magiche: c’è posta per te.
Non sento niente, non un suono per le strade di New York, tranne il battito del mio cuore..ho posta, da te!”